Una vacanza in montagna, si sa, di adatta perfettamente agli amanti dello sport, così come agli amanti della natura e del relax. Ma per le famiglie con bambini, La Val d Fassa è anche il connubio perfetto fra divertimento (grazie al grande numero di parchi giochi gratuiti che si trovano nelle aree verde lungo il fiume) e il desiderio di scoprire i segreti di alcune leggende che si narra siano ambientate proprio fra questi monti. In generale nelle leggende fassane, si trovano temi classici della favolistica europea, ma con richiami a luoghi specifici e a tradizioni antiche, come per esempio un forte rapporto fra l’uomo e la natura e fra l’uomo e il divino. In particolare, torna spesso come motivo principale il rapporto di gratitudine dell’uomo verso il divino per avere un favorevole governo, ordine e prosperità terrestre: la minima offesa recata alle divinità può risultare fatale per il singolo o la comunità.

Ecco alcune piccole storielle che potrete raccontare ai propri bambini o durante una bella passeggiata o durante un bel pic nic su uno dei tanti prati che offre la vallata.

Le origini del ghiacciaio della Marmolada (La Marmolèda): “Molti molti secoli fa, dove ora si trova il ghiacciaio della Marmolada, vi era un’immensa e meravigliosa distesa di prati appartenenti ad una vecchia signora molto avara. Il giorno della festa della Madonna delle Nevi tutta la gente di Gries scendeva dagli alpeggi per onorare la Santa protettrice ed andare in processione. Quel giorno però cominciò a piovere e la donna, temendo che si bagnasse, decise di raccogliere il fieno che aveva lasciato ad essiccare sui prati. Alla gente che cercò di distoglierla dal compito che si era prefissa la donna rispose che a lei della Madonna delle Nevi non importava nulla ma le interessava avere il fieno asciutto. Da quel momento cominciò a nevicare fino a che la donna non fu seppellita: quella neve non si sciolse mai più. Nelle chiare notti di luna è ancora possibile sentirne i lamenti”.

La Marmolada in tutta la sua bellezza

La leggenda dei Monti Pallid: “Il regno delle Dolomiti, tanto tempo fa, era ricoperto di prati e fiori, boschi e laghi incantati: tutti erano felici tranne il principe. Egli aveva sposato la principessa della luna, ma i due non potevano stare insieme perché lui non poteva sopportare l’intensa luce della luna che lo avrebbe reso cieco, mentre lei non poteva vivere tra i monti cupi e gli ombrosi boschi perché sarebbe morta di tristezza. Un giorno mentre il principe vagava per i boschi, incontrò il re dei salvans, uno gnomo in cerca di una terra per il suo popolo. Il principe gli concesse di abitare le sue terre in cambio dell’aiuto dei nani. Essi tessero la luce della luna e vi ricoprirono le Dolomiti. Da quel giorno il principe e la principessa vissero felici e contenti e le Dolomiti presero il nome di Monti Pallidi”.

Il colore rosso delle rocce tipico dell ‘ora del tramonto

Ma forse fra tutte la più bella e famosa è la Leggenda di Re Laurino: la sua notorietà è legata anche al fatto che qui viene spiegato perché queste splendide montagne al tramonto si tingono di color rosa. Di questa leggenda ne esiste una seconda versione che è conosciuta nel paese di Moena e si intitola precisamente “Re Laurin e le trei tosate”, “Re Laurino e le tre bambine”. L’origine di questa versione alternativa viene spiegata dal fatto che il compositore e scrittore Ermanno Zanoner , in arte Luigi Canori, Moenese di origine, volle creare un opera in onore di Moena e così chiamò con lo stesso nome una delle protagoniste: da qui Moena è anche chiamata la “Fata delle Dolomiti”. “Sul monte Catinaccio, laddove ogni anno, fino primavera inoltrata si vede una grande chiazza di neve racchiusa in una sorta di catino, si adagiava una volta il giardino di rose di Re Laurino (per lo stesso motivo, in tedesco il Catinaggio è anche chiamato Rosengarten, cioè Giardino delle Rose). Re Laurino regnava su un popolo di nani che scavava nelle viscere della montagna alla ricerca di cristalli, argento ed oro e possedeva altresì due armi magiche: una cintura che gli forniva una forza pari a quella di 12 uomini ed una cappa che lo rendeva invisibile. Un giorno il re dell’Adige decise di maritare la bellissima figlia Similde e per questo motivo invitò tutti i nobili del circondario ad una gita di maggio, tutti tranne Re Laurino. Questi decise allora di partecipare comunque, ma come ospite invisibile. Quando sul campo del torneo cavalleresco ebbe modo di vedere Similde, colpito dalla sua stupenda figura, se ne innamorò all’istante, la caricò in groppa al suo cavallo e fuggì a spron battuto. I combattenti si lanciarono subito all’inseguimento per riportare indietro Similde, schierandosi in breve davanti al Giardino delle Rose. Re Laurino allora indossò la cintura, che gli dava la forza di dodici uomini e si gettò nella lotta. Quando si rese conto che nonostante tutto stava per soccombere, indossò la cappa e si mise a saltellare qua e là nel giardino, convinto di non essere visto. Ma i cavalieri riuscirono ad individuarlo osservando il movimento delle rose sotto le quali Laurino cercava di nascondersi. Lo afferrarono, tagliarono la cintura magica e lo imprigionarono. Laurino irritato per il destino avverso, si girò verso il Rosengarten, che lo aveva tradito e gli lanciò una maledizione: nè di giorno, nè di notte alcun occhio umano avrebbe potuto più ammirarlo. Laurino però dimenticò il tramonto e così da allora accade che il Catinaccio, sia al tramonto sia all’alba, si colori come un giardino di ineguagliabile bellezza”.